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Venezia 82: giorno 2. Cronache di cinema e molto altro

Un resoconto fatto di news, rumors, eventi, volti, chiacchiere, battute, dichiarazioni e ovviamente cinema per spiegarvi bene cosa significa vivere ogni giorno la 82a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica. Oggi parliamo del commosso Werner, di Bugonia e di sigle.

Ieri vi ho lasciati poco prima di vedere la cerimonia d’apertura della Mostra del Cinema 2025 con la conseguente consegna del Leone d’oro alla carriera a Werner Herzog. Innanzitutto, preciso che non l’ho vista in Sala Grande, bensì comodamente seduto sul divano grazie alla diretta su RaiPlay. La cerimonia in sé non è andata male. La presentatrice, Emanuela Fanelli ha condotto la serata come ci si aspettava, quindi con sobrietà e ironia sia nei suoi confronti che in piccola parte anche verso il presidente de La Biennale, Buttafuoco. L’attrice ha sottolineato quanto il presidente ci tenga a chiamare la Mostra del Cinema, “Mostra” e non “Festival” e quanto l’abbia messa abbastanza sotto pressione perché dicesse il nome della kemresse per bene e per intero, ossia 82esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica de La Biennale di Venezia. Comunque a parte questi siparietti comici, tra cui inserisco anche la lettera che la presentatrice ha inviato al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e la conseguente risposta, la serata è proceduta bene con una buona dose di personalità da parte di Fanelli. 

Per quanto riguarda il Leone d’oro alla carriera a Werner Herzog, prima della consegna è stato proposto un montaggio dei suoi film che il regista tedesco ha guardato con gli occhi lucidi; poi Francis Ford Coppola ha recitato la laudatio nei suoi confronti. Le parole del regista statunitense sono apparse sincere e davvero è sembrato emozionato tanto quanto Herzog quando si sono incontrati sul palco in occasione della consegna del Leone d’Oro. Vedere questi due maestri insieme, instabili nella loro età avanzata e commossi realmente per il tributo che gli ha riservato la Sala Grande, ha intenerito anche a me. Il passaggio più sentito del discorso di Herzog è stato quello finale, quando ha affermato: «Ho sempre cercato di raggiungere una forma poetica profonda, fare qualcosa che potesse essere quasi trascendentale, forse può sembrare strano, ma sono un buon soldato del cinema e questo per me significa perseveranza, coraggio e anche un senso del dovere e questo è infine quello che mi ha portato qui». Come dare torto al grande Herzog la cui vita stessa è il cinema. 

Alla conquista del Lido. Stamattina, poi, sono ripiombato nel mio incubo quotidiano, il vaporetto! Mentre cercavo di sopravvivere fortunatamente seduto, ho notato una dinamica che si ripete spesso tra gli abitanti del mezzo di trasporto  ossia le reazioni iraconde e un filino aggressive della gente quando vengono chiusi i finestrini. Allora, mi spiego. Nella cabina non si respira, non c’è aria (quella condizionata è un sogno) e quindi i finestrini ai lati rimangano sempre aperti (anche d’inverno) come anche i finestrini sul tetto. Ci sono due casi in cui vengono chiusi, soprattutto quelli sui lati: quando piove e quando arriva un’onda anomala spesso generata dal passaggio di due imbarcazioni a motore vicine. Il gesto istintivo in questi casi da parte di chi è seduto è di chiudere i finestrini (diciamo che nel caso dell’onda anomala si chiudono i finestrini dalla parte di quelli colpiti dall’acqua, mentre in caso di pioggia si chiudono tutti). Questo, però, provoca la reazione iraconda di coloro che stanno in piedi pressati l’uno contro l’altro. A questa esternazione di parole urlate e di imprecazioni espresse in varie lingue, seguono solitamente altre urla di giustificazione/rimprovero da parte di coloro che hanno chiuso i finestrini che vorrebbero spiegare, o più altro imporre, la scelta della chiusura. Ecco, stamane ho assistito a uno di questi litigi-scontri verbali-discussioni tra veneziani, quindi espressi nell’idioma locale. È durato un bel po’, perché ovviamente non c’è era scambio dialettico, ma solo la volontà di sopraffazione. Mi sono goduto la scena con grande gioia, mentre mangiavo una mela e pensavo: «Che bello viaggiare in vaporetto!»

Che si dice in giro. Mentre cominciano i primi aperitivi lunghi e mentre il pubblico degli accreditati si prepara alle lunghe notti del Lido, in giro si vedono moltissimi selfies; gente più o meno famosa che cerca lo sguardo di conferma della propria celebrità nel pubblico; i soliti bagnanti che si insinuano in costume e infradito tra gli abiti lunghi; e la classica deturpazione grafica del programma. Seduti ai tavoli del bar, o anche in sala stampa, vedo spesso donne e uomini che con pennarelli, evidenziatori, penne e matite, cercano sul programma l’incastro cromatico e visivo dei film da seguire. E mentre tutto ciò si svolge, sulla bocca di tutti c’è La Grazia di Paolo Sorrentino. Era da La La Land di Damien Chazelle che non sentivo cosi tanti commenti, tutti positivi, sul film d’apertura. La storia del Presidente della Repubblica, interpretata da Toni Servillo, posato, equilibrato, che affronta con rigore i problemi istituzionali e con passione quelli personali, ha conquistato tutti. È piaciuta anche la disponibilità di Sorrentino a rispondere alle domande (cosa abbastanza rara), consapevole forse di aver portato un film che può mettere d’accordo pubblico e critica perché capace di far riflettere e sorridere, commuovere e arrabbiare. Sempre in merito a La Grazia, ho notato che in molti parlano anche di Surf Rider, il brano musicale ricorrente nel film composto dal duo elettronico francese Il Est Vilaine che il regista ha affermato di aver scoperto da un reel di Instagram. Insomma, esattamente come La La Land e forse credo Baaria di Giuseppe Tornatore, La Grazia è il film d’apertura che resterà ancora nell’aria del Lido per diversi giorni. 

E il cinema? Eccolo! Oggi ho visto due film, o per meglio dire un film e tre quarti. Bugonia di Yorgos Lanthimos, film del Concorso. Il titolo Bugonia è ispirato all’omonimo episodio delle Georgiche di Virgilio che narra la nascita di uno sciame di api dalla carcassa di un bue in decomposizione; un mito per sottolineare come anche dalle situazioni peggiori possa generarsi nuova vita. Questo il primo dato. Poi, il film è il remake in lingua inglese della commedia sci-fi sudcoreana del 2003 Jigureul jikyeora! (Save the Green Planet!) di Jang Joon-hwanin, sceneggiata per Lanthimos da Will Tracy e interpretata da Emma Stone, Jesse Plemons, Aidan Delbis e Alicia Silverstone. Il film segue due giovani ossessionati dalle teorie del complotto, Teddy, un apicoltore, e il suo migliore amico, i quali decidono di rapire la potente CEO di una grande azienda, Michelle, convinti che sia un’aliena decisa a distruggere la Terra. I rapitori la sottopongono, poi, a un interrogatorio serrato, fino a quando la donna si ribella, innescando un inarrestabile gioco al massacro. Bugonia è una satira, caustica e surreale, in puro stile Lanthimos, non distopica però. Parla dei tempi contemporanei e di come ci sia oggi un forte scollamento tra gli uomini e la realtà. La pellicola, inoltre, riflette su come fama e successo possano trasformare le persone e sul culto del potere che categorizza le persone senza mostrarle per quelle che sono. Il regista mette in scena una lotta psicologia che prosegue l’analisi di Kinds of Kindness con un po’ più di profondità narrativa. Come sempre nei film di Lanthimos il formato e le scelte fotografiche rendono la pellicola coinvolgente. 

Il secondo film di cui vi parlo è Director’s Diary di Aleksandr Sokurov, documentario Fuori concorso. Premetto per onestà che non l’ho visto tutto, perché dura cinque ore e mezza circa, 321 minuti e non ho resistito nonostante il PalaBiennale, la sala di proiezione, abbia delle poltroncine abbastanza comode, ma non per questo minutaggio. Alla base, c’è il diario personale tenuto dallo stesso Sokurov dal 1961 al 1995, attraversando gli ultimi decenni di quell’URSS dove i suoi lavori ebbero non pochi problemi di censura. Nel trasporre le sue pagine, il regista utilizza materiali audiovisivi eterogenei, inclusi filmati di propaganda sovietica e brani di film popolari. Il documentario appare, pertanto, come una riflessione sulla storia e sull’uomo e su come questo si raffronti ad essa, questa volta da un punto di vista personalissimo ossia la storia del regista. Non vi dico altro proprio perché non l’ho visto interamente e mi auguro primo o poi di poterlo vedere del tutto. 

La voce della sala stampa. Non ho visto né Jay Kelly di Noah Baumbach (in Concorso) perché non vivo al Lido, né il documentario di Werner Herzog, Ghost Elephants, né Orphan del regista ungherese László Nemes perché si sovrapponevano ad altre visioni. Però, del film ungherese vorrei proporvi alcune dichiarazioni rilasciate dal regista in conferenza stampa, per darvi almeno una traccia di pensiero sul film e per capire come si sta evolvendo la sua poetica di un regista che ha fornito nelle sue precedenti opere un punto di vista nuovo (sia nel linguaggio che nelle trame) al cinema. Budapest, 1957. Subito dopo la rivolta soffocata dal regime comunista, Andor, un ragazzino ebreo cresciuto con l’immagine idealizzata di un padre morto da eroe, vede il proprio mondo crollare quando un uomo brutale appare sostenendo di essere il vero genitore. «Lo sfondo di Orphan nasce dalla storia della mia famiglia, che ha attraversato le devastazioni dell’Olocausto» ha dichiarato. «Ho voluto creare un linguaggio cinematografico che permettesse allo spettatore di rivivere l’esperienza traumatica di un bambino schiacciato da un mondo minaccioso e un triangolo familiare che non riesce a comprendere». Il regista in conferenza stampa ha affermato che l’idea del film è stata ispirata dalla storia della sua famiglia e in particolare da quella di suo padre sfruttata come base, per poi adattarla. È una storia che l’ha inseguito sin dall’infanzia e che definisce il trauma del XX secolo, da sempre rimasto nei suoi pensieri. Il punto di vista è di un bambino attraverso cui comprendere i traumi di un Paese e quelli dei suoi abitanti e del rapporto tra questo e il padre che giunge alla domanda finale su come si possa ricucire una famiglia frammentata. Il film è girato in pellicola da 35mm. Infine, una regista italiana ha domandato a Nemes la sua posizione sulla lettera aperta di Venice82 for Palestine che sottolinea come i festival di cinema di fronte a fatti gravi, come il genocidio a Gaza, diventino una bolla in cui questi avvenimenti del mondo non entrano. Il regista non ha risposto direttamente ma ha fornito una risposta da comprendere, affermando che il suo compito è di comunicare con il pubblico, dargli il suo punto di vista su una questione, senza manipolazioni, né controllo. Il cinema, quindi, deve creare una dinamica che sia comprensibile da tutti, deve rivolgersi una umanità, e quindi la sua responsabilità è come mettere questo umanesimo al centro dei suoi film. A voi le considerazioni. 

Altro ancora (più brevemente)

  • Il manifesto ufficiale della Mostra del Cinema ha trovato un nuovo disegnatore. Dopo il grande artista Lorenzo Mattotti, la Mostra si è affidata alla creatività di Manuele Fior. Il fumettista proprio a Venezia ha studiato architettura e vi abita da alcuni anni, e aveva già utilizzato la città come ispirazione per il suo fumetto Celestia. L’immagine ideata per il festival, che mostra due ragazzi e una ragazza giocare a fare il cinema sui tetti veneziani, sullo sfondo di un cielo pieno di nuvole, è influenzata dalle architetture della città e dalle vedute di Giambattista Tiepolo. A me piace molto, e ha raccolto molti elogi. Fior è riuscito a fare un manifesto che non crea rimpianti nel confronto con Mattotti. 
  • La sigla, invece, che apre le proiezioni è la medesima dell’anno scorso, quindi con i disegni animati che si muovo sulle note di Les blés en feu di René Aubry. Mi ricordo che la sigla cambia ogni due edizioni e non ricordo se quella che vedo in questi giorni sia, non solo la stessa dell’anno scorso, ma anche dell’edizione 80. Per quanto questa sigla sia molto bella e sia un turbine di immagini che rapiscono e conducono all'occhio della musa da cui esce il cinema, forse avrei preferito vedere una sigla sui disegni di Fior, ma va bene comunque così.

Ci sentiamo domani con il racconto di No Other Choice del grandissimo Park Chan-wook. 

 

Crediti fotografici

Foto 1. Jacopo_Salvi__La_Biennale_di_Venezia_-_Foto_ASAC___1_

Foto 2. Jacopo_Salvi__La_Biennale_di_Venezia_-_Foto_ASAC___2_

Foto 3. Andrea Pirrello

Foto 4. BUGONIA_-_Aidan_Delbis_and_Jesse_Plemons__Credits_Focus_Features_2025_

Foto 5. ZAPISNAYA_KNIZHKA_REZHISSERA__DIRECTOR_S_DIARY__-_Official_still

Foto: Jacopo_Salvi__La_Biennale_di_Venezia_-_Foto_ASAC_

Davide Parpinel

Del cinema in ogni sua forma d'espressione, in ogni riferimento, in ogni suo modo e tempo, in ogni relazione che intesse con le altri arti e con l'uomo. Di questo vi parlo, a questo voglio avvicinarci per comprendere appieno l'enorme e ancora attuale potere di fascinazione della settima arte.

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