Contraband
- Scritto da Danilo Bottoni
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Ho sempre pensato che Mark Walhberg fosse un patatone, nella vita e nell’arte, invece ho scoperto di recente che si è fatto un po’ di gattabuia, da giovanissimo, e per questo lo rispetto. E lo rispetto pure per aver finanziato, insieme al regista, questo remake di Reykjavik-Rotterdam dell’ex mago islandese Óskar Jónasson.
Non capita sovente che un remake sia migliore dell’originale. Contraband lo è.
La storia parla di un Houdini del contrabbando, recuperato al mondo borghese dalle responsabilità famigliari, costretto a riprendere le illegali attività per aiutare il cognato inguaiato con i soliti brutti ceffi cattivi. Niente di originale, come si vede, ma la sceneggiatura, adattata ai gusti yankee e migliorata nei ritmi e nella suspense, regala un bel prodotto di genere, solido e ben confezionato che, non a caso, ha sbancato il botteghino USA.
La regia non brilla per originalità ma ha personalità, anche se non lo vuol far vedere. Ottimo il montaggio, dove l’aver piallato la laconicità dell’originale, per una volta, ne guadagna in presa narrativa.
Il patatone Mark è il perfetto eroe americano moderno: ignorante ma intelligente, duro ma sensibile, audace e protettivo nei confronti della florida MILF Kate Beckinsale che, per una volta, non mena e non spara. Ambiguo quanto basta l’amico Ben Foster, il più penalizzato, nel ruolo, dal nuovo script.
Il migliore del cast è, senza dubbio, Giovanni Ribisi, uno dei cattivi più sfigati della storia, minaccioso ma pestato dall’eroe per tutta la durata del film. Molto divertente, anche se non nuova, l’idea del delinquente ragazzo-padre.
Poi, se vogliamo, la storia è assolutamente inverosimile, specie nella seconda parte, dove il meccanismo della suspense, basato sul tempo che scade, è raddoppiato. I protagonisti sono troppo belli e, per essere una storia di mala, è tutto troppo solare. Nel remake si perdono la malinconia e la gelosia come motori dell’azione. Ma chissenefrega. Siamo a New Orleans, mica a Reykjavik.
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