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Intervista a Bonifacio Angius per Ovunque proteggimi

"Io voglio raccontare il mio mondo. In senso lato, voglio raccontare me stesso". Il cinema secondo Bonifacio Angius che torna nelle sale con Ovunque proteggimi, un incontro tra due solitudini alla ricerca di comprensione e di normalità in una società giudicante e moralista

Bonifacio Angius è nato a Sassari nel 1982. Regista, sceneggiatore, direttore della fotografia e produttore, ha frequentato corsi specialistici in Italia e all’estero, tra cui la New York Film Academy e il corso di regia al Centro studi cinematografici della Catalogna. Dopo alcuni corti nel 2011 realizza SaGrascia, mediometraggio di studio completamente auto-prodotto che attira le attenzioni della critica. Nel 2014 arriva l’opera prima Perfidia che partecipa al Festival di Locarno, dove si aggiudica il premio della giuria dei giovani critici, e all’uscita nelle sale riscuote un buon successo anche di pubblico. Quattro anni dopo ecco il nuovo lungometraggio: Ovunque proteggimi, presentato al Torino Film Festival (nella sezione non competitiva Festa Mobile) prima dell’approdo al cinema.

Al centro del racconto Alessandro (Alessandro Gazale), un cantante di musica folk sassarese, incline al bere e iracondo. Dopo una serata per un pubblico poco riconoscente fa mattina in discoteca e quando all’alba si vede rifiutare dalla madre i soldi necessari per fare il gradasso con delle ragazze, perde la testa. Subisce quindi un trattamento sanitario obbligatorio e in ospedale incontra Francesca (Francesca Niedda), madre con un passato non facile che uscita da lì vuole riprendersi il figlio e lasciare l’isola per iniziare una nuova vita.

Ovunque proteggimi è un film molto diverso dal precedente, ma che presenta anche dei legami con Perfidia.
Siamo partiti da dove avevamo finito con Perfidia, dagli stessi toni notturni e cupi, per poi passare gradualmente a colori più caldi. Quelli dell’estate sarda. Oltre alle chiare differenze dovute a un semplice fatto stagionale, il racconto di Ovunque proteggimi aveva la necessità di un colore più caldo. Caldo come il sangue dei protagonisti. Alessandro e Francesca sono dei personaggi diametralmente all’opposto rispetto ad Angelino di Perfidia che era totalmente remissivo e per questo risultava anche più ambiguo. Loro sono impulsivi, trasparenti, inconsapevolmente anarchici nello spirito. Non si arrendono.

Un incontro tra due solitudini alla ricerca di comprensione, di normalità. “Io volevo solo una famiglia”, dice a un certo punto del film il personaggio di Francesca.
Non so dire di preciso il motivo per cui mi trovo sempre a parlare di famiglia e di rapporti familiari. Un’idea ce l’avrei, ma forse finiremo a parlare di fatti troppo personali. Resta il fatto che Ovunque proteggimi è un film che parla anche di famiglia. Ed è fatto in famiglia, visto che Francesca Niedda è la mia compagna e Antonio è mio figlio. Mentre Alessandro Gazale lo considero ormai come un fratello maggiore. Quindi sul set si è creata una complicità profonda, familiare appunto. Mi piace quest’idea perché mi induce a pensare alla modalità di lavoro di uno dei miei registi preferiti, John Cassavetes.

Quali sono gli altri suoi riferimenti cinematografici?
Guardo in particolare al cinema americano degli anni Settanta. Da film come Un uomo da marciapiede allo Scorsese di quel periodo.

A proposito di Scorsese, di recente in Italia ha raccontato durante un incontro che la fase del lavoro che preferisce è il montaggio. Lei ama più la scrittura, il momento delle riprese o quello finale in cui si ricostruisce il film?
Ogni fase ha i suoi lati positivi e negativi. La fase della scrittura è il momento in cui la storia e i personaggi prendono vita nella tua testa e sulla carta. Il set, seppur stancante, ha quel clima goliardico che ti fa lavorare col sorriso sulle labbra. Alle volte può essere anche teatro di scontri più o meno violenti tra membri della troupe e là devi essere bravo a rimettere le cose a posto. Questa capacità è parte integrante del mestiere di un regista, fare da collante e tenere il gruppo di lavoro in un clima sereno, sempre nel limite del possibile. La troupe di un film è come un grande carrozzone di circensi che lavorano tutti insieme per realizzare un unico sogno, quello del regista. Nella fase di montaggio il film prende vita definitivamente, è uno dei momenti più sorprendenti. Fino ad ora, nella mia piccola esperienza, non ho mai sofferto la mancanza di materiale girato. Sono sempre riuscito a portare a casa tutto il necessario per costruire il film. Inquadratura dopo inquadratura, sequenza dopo sequenza.

Sul set ha cambiato qualcosa, le piace lasciare spazio per idee del momento, oppure arriva alle riprese con una sceneggiatura così solida, dopo averci lavorato tanto, sulla quale fa completo affidamento?
Se devo essere sincero, non ho cambiato quasi niente della sceneggiatura. La modalità produttiva utilizzata oggi per la realizzazione della maggior parte dei film, ti impone dei ritmi serrati e non ti puoi permettere di arrivare impreparato sul set. Qualche improvvisazione nel dialogo c’è stata, più di una volta. Sicuramente non puoi permetterti di fare cambi strutturali perché i tempi non te lo permetterebbero. Però se devo essere sincero, questo potrebbe essere anche una cosa positiva, perché ti mette davanti all’ora o mai più. Un po’ come se stessi giocando la finale di Champions League, entri in una sorta di trans agonistica e riuscire a governare emotivamente la paura di sbagliare può darti quel guizzo in più che ti permette di rialzarti anche quando sei stremato.

La sceneggiatura è firmata a più mani. Come lavora con i suoi collaboratori?
Siamo un bel trio di sceneggiatori. Io, Fabio Bonfanti e Gianni Tetti. Visto che i miei film sono molto personali, l’idea principale e i personaggi nascono da me stesso, così come i nodi cardine della narrazione. La scrittura di un copione per un film ha al suo interno tutta una serie di passaggi, fatti di dialogo, di confronto, di litigi a volte. Con loro due ci scambiamo idee e suggestioni in continuazione. C’è chi mette i dubbi, chi fa l’avvocato del diavolo, chi dice cose che non c’entrano niente. Me compreso, sia chiaro. È una fase molto divertente, dove di solito avviene un blocco nella parte centrale che pare impossibile da risolvere, ma poi un giorno, come per magia, arriva uno e dice una cosa, l’altro ne dice un’altra, e si arriva a sbrogliare il bandolo della matassa. Per questo è così importante la collaborazione in scrittura. Ti spinge a ragionare meglio, più in profondità. Voglio ricordare che alla sceneggiatura ha collaborato anche Vanessa Picciarelli.

Ha sottolineato come i suoi film siano molto personali. Cosa c’è di lei nei personaggi che racconta?
Tutte le volte che mi trovo alle prese col raccontare una storia e dei personaggi, mi scopro a ragionare sempre sullo stesso enigma. A riflettere su come sarebbe stata la mia vita se lungo la strada non avessi incontrato quella grande passione che è il cinema. Credo che il cinema, che per me è sempre stato elemento fondamentale e terapeutico per esorcizzare paure e nevrosi, mi abbia, fino ad ora, salvato la vita. E senza di esso sarei forse stato un essere umano ingabbiato in un mondo che non gli appartiene. Un mondo incomprensibile, di cui avere paura. Un mondo da prendere a pugni in faccia o dal quale fuggire, proprio come fanno gli esseri umani raccontati in Ovunque proteggimi. Alla luce di questo, posso dirti che i personaggi del mio film, sia maschili che femminili, è come se fossero un’estensione di me stesso.

Come nascono quindi Alessandro e Francesca?
Il personaggio di Alessandro è un’entità che avevo dentro praticamente da sempre. Racchiude probabilmente tutti i personaggi maschili cinematografici che ho amato di più. Da Zampanò de La strada di Fellini, per la rudezza e la fragilità al tempo stesso, al Randle McMurphy di Qualcuno volò sul nido del cuculo di Forman, per l'impulsività e l'ironia cinica, al primo Rocky Balboa, per quel cuore grande e ingenuo. L’urgenza però che mi ha spinto a raccontarlo è sempre quell’estremizzare le mie personali paure e metterle sullo schermo. Ho sempre cercato di fare un parallelismo tra me e Alessandro. Lui è un musicista di un genere musicale che, seppur folkoristico e popolare, lentamente va a sparire. Io amo e voglio fare un cinema, anch’esso un tempo popolare, da cui però il pubblico tende ad allontanarsi sempre di più.

E Francesca invece?
Dal punto di vista cinematografico quando penso a un personaggio femminile mi viene subito in mente un capolavoro come Le notti di Cabiria di Fellini perché è il mio film preferito in assoluto e perché nessuno, secondo me, ha portato sullo schermo un personaggio femminile così bello. Comunque Francesca è molto diversa da Cabiria. Per prima cosa ho sempre pensato che andasse raccontata dal punto di vista di Alessandro. Cioè tutte le informazioni che abbiamo su di lei passano attraverso gli occhi di lui, e sono informazioni parziali sulla sua vita precedente. Alessandro non ha pregiudizi. Vede solo un sentimento puro, ancestrale, inequivocabile, di amore tra madre e figlio. Lo spettatore invece vuole sapere i perché. Lo spettatore vuole giudicare. La società vuole giudicare. E così Francesca potrebbe essere vista in maniera negativa, pur avendo informazioni sfumate sul suo passato, attraverso terribili pregiudizi. Un po’ come succede nella vita e nel mondo reale, in cui basta essere anche solo accusati di qualcosa per diventare automaticamente colpevoli. Questo forse è un discorso vecchio come il mondo, ma oggi appare ancora più amplificato che in passato vista la catastrofe antropologica che stiamo vivendo, visibile a occhio nudo anche attraverso i social network. Nel mio intento il personaggio è in un certo senso una cartina tornasole che smaschera i moralisti e i giudici sommari del nostro tempo. Anche quelli che si nascondono, quelli che non ti aspetteresti mai e che fanno finta di avere vedute aperte.

Alessandro Gazale e Francesca Niedda sono perfetti nel tratteggiare questi due personaggi. Segue un particolare metodo nella direzione degli interpreti?
Dal lato della mia piccola esperienza, posso dire che il problema non sta tanto nel metodo ma nella scelta dell’interprete. Il ruolo del regista è quello di dare fiducia all’attore, anche al di là del momento delle riprese o delle prove. Con entrambi gli interpreti principali abbiamo fatto un lavoro meticoloso di comprensione del personaggio durato circa un anno. Però nessuno ha la bacchetta magica e credo che ogni regista sia terrorizzato dalla possibilità di poter sbagliare attore, soprattutto se il fluire del racconto passa per quel personaggio. Spero vivamente che mai nessun produttore mi imponga la scelta di un possibile interprete. Se la scelta è quella giusta è difficile sbagliare.

Per il terzo protagonista, il piccolo Antonio, dopo diversi casting ha scelto suo figlio.
Scegliere Antonio è stata quasi una decisione obbligata, la migliore per il film: creare un rapporto con un ragazzino di cinque anni quando tu ne hai già trentacinque non è facile, dirigere mio figlio ha semplificato il lavoro. Ci sono stati momenti in cui ha puntato i piedi perché dopo il primo e il secondo ciak, non voleva più girare e la troupe doveva convincerlo a fare non solo il terzo, ma anche il quarto e il quinto. Antonio si è comunque divertito, e per me, fare un film con lui è stata un’esperienza indimenticabile. E poi devo dire che riporta sullo schermo un’intensità incredibile. Sarò di parte, ma non credo di esagerare.

Che ruolo gioca nello sviluppo descrittivo dei personaggi il luogo in cui si muovono. La sua Sardegna?
Parto sempre da Sassari, la mia città. Il modo di parlare e non solo è ancorato alla realtà in cui vivo. Ma non faccio film su Sassari o la Sardegna. Racconto delle storie che ambiento nella mia terra.

Un cinema fatto di personaggi, il suo, che si allontana da ogni classificazione tematica.
Detesto i film a tema. Poi certo che nel mio film ci sono anche dei temi, ma solo subordinati alla vita dei personaggi. Io non vado alla ricerca del tema, io vado alla ricerca dell’essere umano. Per esempio in Ovunque proteggimi viene toccato il tema del trattamento sanitario obbligatorio. Ma della follia in quanto patologia psichiatrica non mi interessa niente. Mi interessa semmai la reazione di un essere umano a una condizione di vita: reagire a determinate situazioni può portare a compiere certe azioni, certe azioni portano a delle conseguenze a volte molto dolorose. Mi immagino adesso quanti produttori o sceneggiatori siano alla ricerca di storie legate all’attualità, con temi più o meno scomodi. Non so se siano in buona fede o meno. Credo comunque che appropriarsi del dolore altrui per propri scopi narcisistici sia un vero e proprio peccato mortale. Io non ho la presunzione di raccontare storie di altri. Io voglio raccontare il mio mondo. In senso lato, voglio raccontare me stesso. E poi come dice uno dei miei idoli, Paolo Conte, un vero artista non deve mai essere centrato nell'attualità e non deve essere influenzato dalla mode. Deve sempre tenere ben presente il prima e il dopo, mai il presente. Sono d’accordo.

Visto che ha citato Conte, parliamo di musica. Il personaggio di Alessandro è un cantante folk. Perché ha voluto dare questa connotazione?
Inizialmente, nella prima versione di scrittura, il personaggio di Alessandro doveva essere un semplice cantante di piano bar. Idea che lentamente ha iniziato a scricchiolare perché portava con se un’immagine forse troppo stereotipata e ridicola. Poi ho iniziato a pensare al mondo della musica folk sassarese. Un mondo autentico, fatto di gente vera, con una passione pura, che mi ricorda tanto la purezza e sincerità dei suonatori gitani di flamenco andaluso. Quindi mi sono chiesto: cosa avrebbe fatto Clint Eastwood? E da lì non ho avuto più dubbi. Abbiamo scelto due brani storici e altamente rappresentativi della musica sassarese, riarrangiati per l’occasione da Carlo Doneddu che aveva già lavorato alla colonna sonora degli altri miei lavori.

Più in generale quanto è importante per lei la musica in un film?
I miei film preferiti hanno tante caratteristiche in comune e una di queste è l'utilizzo della musica come elemento protagonista. Avevo in mente, visto che nel film sono presenti molte musiche di scena, di staccare con qualcosa che ci riportasse a una dimensione di colonna sonora cinematografica più classica. Cercavo qualcosa che mi ricordasse Delerue e quella dimensione musicale mi pareva perfetta per dare quel tono proprio di molti film che ho amato a dismisura. Se scomponiamo Oblivion, il brano di Piazzolla utilizzato nel film, sembra appunto un brano di Delerue. Infatti abbiamo registrato le partiture d’orchestra su tracce separate. È stato un lavoro emozionante. Solo dopo ho scoperto che Bertolucci voleva gli arrangiamenti di Piazzolla per la colonna sonora di Ultimo tango a Parigi. Bertolucci che ha lavorato con Delerue per Il conformista, un film che adoro. Chiusura del cerchio. Inoltre Oblivion in versione orchestrale mi ricordava tanto le atmosfere delle musiche scritte da Joe Hisaishi per i film di Kitano, per me un altro punto di riferimento per la costruzione di questo film.

Ultima domanda sul titolo: Ovunque proteggimi deriva da un’immagine religiosa. Elementi riguardanti la fede cristiana si ritrovano anche in SaGrascia e in Perfidia. C’è in un certo senso nei suoi film anche una riflessione sulla religiosità, su bene e male, oppure si tratta di semplici elementi narrativi?
In tutti noi, che ci piaccia o no, alberga un sentimento religioso. Che si viva in Italia, in Cina, in America o in India. Non saprei spiegare in maniera esaustiva quale sia il mio rapporto con la religione. Certamente per me è estremamente interessante il rapporto tra il bene e il male. Credo che in ogni essere umano, così come in ogni elemento della natura, convivano caratteristiche sia positive sia negative che possono venire fuori in maniera incontrollabile. Come se in ogni corpo ci fosse sia il veleno sia l’antidoto al tempo stesso. Che poi questi elementi diano dei grossi appigli per importanti elementi narrativi è fuori da ogni dubbio.



Fabio Canessa

Viaggio continuamente nel tempo e nello spazio per placare un'irresistibile sete di film.  Con la voglia di raccontare qualche tappa di questo dolce naufragar nel mare della settima arte.

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