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Bentu - Recensione

Il contrasto tra tradizione e modernità, il rapporto tra uomo e natura, ma anche il mondo dell’infanzia. In poco più di un’ora Bentu racchiude i temi centrali del cinema di Salvatore Mereu. Unico film italiano in concorso nelle Giornate degli Autori

La Sardegna è un’altra cosa” scriveva David Herbert Lawrence un secolo fa dopo averla visitata per un breve viaggio. Una frase oggi spesso utilizzata per evidenziare le specificità dell’isola sotto vari aspetti. E valevole, in qualche modo, anche per il cinema. Soprattutto se si fa riferimento alla produzione di Salvatore Mereu che nel 2003 aveva presentato a Venezia la sua opera prima, Ballo a tre passi, vincendo la Settimana Internazionale della Critica. Con quel film e i lavori successivi, quasi tutti presentati al Lido in diverse sezioni, è diventato il regista sardo per eccellenza. Autore di un cinema legato alla sua terra. A elementi della cultura, dell’identità e delle tradizioni dell’isola. Analizzando in particolare come queste entrano in rapporto con la modernità. La complicata relazione tra mondo arcaico, lento e quasi immutabile, e quello della nostra epoca, veloce e in continua evoluzione, è sicuramente un tema centrale nella poetica di Mereu. Evidente soprattutto in Sonetàula così come in Assandira e adesso in Bentu (che in sardo significa vento), presentato alle Giornate degli Autori nell'ambito della Mostra del Cinema 2022. Tre film che sono basati su testi letterari. Due romanzi che hanno avuto una certa fortuna non solo in Sardegna, scritti rispettivamente da Giuseppe Fiori e Giulio Angioni, e un racconto meno conosciuto firmato da Antonio Cossu.
Rispettando la natura dell’opera da cui è tratto si può dire che Bentu, con la sua semplicità, ha il respiro del racconto. Protagonista è l’anziano Raffaele che ha appena raccolto il suo piccolo mucchio di grano come provvista di un anno intero. Per non farsi trovare impreparato da giorni dorme in campagna, lontano da tutti e con il solo Angelino che va a fargli visita ogni tanto, in attesa il vento arrivi e lo aiuti a separare finalmente i chicchi dalla paglia. Ma il vento non ne vuole sapere di farsi vedere. Questa la trama. Essenziale, con due soli personaggi. Un vecchio e un bambino. Il primo è interpretato da Peppeddu Cuccu, che il cinema lo aveva conosciuto da piccolo partecipando a Banditi a Orgosolo di Vittorio De Seta (film fondamentale quando si parla di cinema e Sardegna che a Venezia nel 1961 vinse il premio come miglior opera prima). Il secondo si chiama Giovanni Porcu e il regista lo ha trovato con dei casting partendo da un requisito di base: conoscere il sardo. Perché il film è ovviamente recitato così, per rispetto della storia ambientata negli anni Cinquanta quando in gran parte dell’isola era ancora l’unica lingua parlata. In un momento, però, in cui la modernizzazione inizia a farsi strada velocemente. Un periodo di passaggio tra un’antica pratica agricola e una nuova economia rurale rappresentata dall’arrivo delle mietitrebbie che hanno messo fine al rito tradizionale della lavorazione del grano in cui il vento aveva un ruolo fondamentale. Una cosa che Raffaele, simbolo della civiltà arcaica, non vuole accettare.
Eccolo in evidenza, come accennato prima, il tema del difficile approdo alla modernità così centrale nel cinema di Mereu. A questo si collega il rapporto tra uomo e natura. Fatto di attese, gesti ripetuti, della consapevolezza che ogni cosa ha il suo tempo. Raffaele segue questi ritmi che invece al piccolo Angelino, voglioso di montare la cavalla indomita dell’anziano contadino, stanno stretti. Rappresenta il mondo dell’infanzia, del desiderio della scoperta, al quale il regista sardo presta attenzione come altre volte. Insieme ai due personaggi attorno ai quali ruota il racconto ce n’è un terzo fondamentale, anche se non umano: il paesaggio. Il film è stato girato nella Trexenta, zona della Sardegna che già gli antichi romani utilizzavano per la coltivazione. I campi di grano, bruciati dal sole, colorano il film di un intenso giallo ocra nelle scene di giorno dando la sensazione dell’idea del tempo sospeso dell’estate. Un’atmosfera che contribuisce a restituire allo spettatore l’attenzione al sonoro e i campi medi e lunghi. Rispetto al precedente Assandira in cui con articolati piani sequenza seguiva da vicino i personaggi, in Bentu la camera è più distante. Li ritrae nell’ambiente naturale. E la composizione delle immagini dimostra il rigore formale di Mereu, su tutte stupenda la soluzione visiva nel finale, in un progetto particolare come questo nato all’interno di un corso tenuto dal regista all’Università di Cagliari.

Una lezione di cinema per gli studenti che hanno partecipato attivamente alle varie fasi di realizzazione del film, affiancando Mereu e altri professionisti sardi del settore, ma anche per gli spettatori disposti ad accettare il ritmo del racconto con la stessa pazienza con la quale il protagonista attende il vento.




Il nostro giudizio: Il nostro giudizio è 4

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Fabio Canessa

Viaggio continuamente nel tempo e nello spazio per placare un'irresistibile sete di film.  Con la voglia di raccontare qualche tappa di questo dolce naufragar nel mare della settima arte.

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