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L'angelo dei muri - Recensione

La nuova opera di Lorenzo Bianchini non solo segna una evoluzione dall'horror verso il thriller psicologico, ma finalmente offre al cineasta friulano la possibilità di avere una visibilità a più ampio respiro, come merita da anni

Dopo cinque opere in vent’anni, quasi tutte rimaste all’interno dello stretto circolo di cinefili amanti del genere, finalmente Lorenzo Bianchini, regista, o meglio artigiano del cinema, friulano, trova il giusto e illuminato appoggio non solo di Rai Cinema e di MyMovies ma anche della Tucker Film,  distributrice e produttrice del film, per finalmente presentare un lavoro che esce dai limiti del low cost e che consente al pubblico, anche quello non di nicchia, di poter apprezzare le doti del regista. L’angelo dei muri infatti vedrà la luce nelle sale il prossimo 9 giugno, dopo essere stato presentato al Torino FilmFest dell’inverno scorso.
Lorenzo Bianchini nelle sue opere precedenti ha sempre attinto a piene mani a quell’horror del folklore che trova le sue radici nei racconti popolari, nelle leggende nere, nelle superstizioni della tradizione confezionando lavori di notevole fattura; con la sua ultima opera, in una sorta di processo naturale di tipo narrativo, il regista friulano si affida prevalentemente al genere del thriller psicologico nel quale si respira anche qualche influsso del ghost movie.
Un magnifico piano sequenza iniziale ci porta subito nel centro del racconto: la casa che Pietro deve abbandonare perché sfrattato ci mostra tutta la sua vetustà, la polvere posata su pavimenti e suppellettili, i letti, le finestre che si agitano sotto i colpi della bora; un sinuoso procedere della macchina da presa che sembra entrare nelle viscere della casa piuttosto che percorrerne i corridoi e sbirciare nelle stanze. Il vecchio Pietro, barba bianca e vecchiaia che incombe col suo peso nelle sigarette e negli sguardi carichi di rassegnata melanconia, non vuole abbandonare la casa che è stata sua per tanti anni e verso la quale prova un legame profondo, per cui nel momento di andarsene si costruisce in fondo ad un corridoio un bugigattolo, alzando un muro e posizionando una grata che funge da sportello, ritrovandosi così autorecluso in quella che è stata la sua casa per anni e che presto diventerà di qualcun altro, mentre lui assiste al via vai di operai e possibili compratori. Il piccolo mondo di Pietro nel quale si è chiuso pur di mantenere un contatto con quella casa, diventa in un certo momento il suo tramite con una misteriosa ragazzina cieca che abita la casa con la giovane mamma. La ragazzina sa che Pietro esiste, lo chiama il suo angelo, ed il vecchio solo in quei momenti di fugace contatto con la piccola mostra una quasi ritrovata vitalità.
Chi sono quelle due figure che occupano la casa e che si muovono nelle stanze? Perché Pietro guarda con tenerezza quella ragazzina sfortunata? Ovviamente non lo diremo, ma non c’è dubbio che abbastanza presto nel racconto si intuiscono le linee di confine del plot: ed è qui che la bravura di Bianchini come scrittore e regista segna il primo successo. Sebbene appaia ben presto abbastanza chiaro cosa ci sia dietro alla storia, il regista ci conduce lungo le vie del racconto in maniera tale da costruire una sottile crescente tensione che trova soltanto nella forza narrativa la sua efficacia.
Bianchini insomma dimostra di sapere tenere lo spettatore in bilico sulla sedia rifuggendo tutte le classiche situazioni del genere, anche perché L’angelo dei muri sa ben miscelare atmosfere da dramma e da thriller, riesce ad essere poetico in alcuni passaggi, scava nei recessi profondi della coscienza, indaga sul perdono e sulla colpa. Il centro del racconto rimangono comunque Pietro, silenzioso per tutto il film, solo gli occhi e lo sguardo trasmettono sentimenti ed emozioni, e la grande e vecchia casa, lo scrigno che contiene i ricordi, il passato, le colpe, una vita silenziosa e solitaria, una casa che però riesce a fondere i piani del tempo, a trasformare il presente in passato e viceversa facendo financo vivere entrambi nello stesso momento, permettendo a Pietro di rivisitare e forse risolvere il suo passato e di trovare la mongolfiera che lo porti finalmente via da quel bugigattolo.
Se per molti autori di Cinema la casa diventa non il luogo più famigliare ma quello più orrorifico (pensiamo a certi lavori di Pupi Avati ad esempio), per Bianchini la casa, con la sua polvere depositata, con le tracce del suo passato conservate come reliquie, con il vento che la penetra come il “battito delle ali degli angeli”, diventa il centro della vita e dei ricordi, il passato che non si vuole e non si riesce ad abbandonare, il luogo dove espiare le proprie colpe; recidere il suo legame senza aver risolto quanto ancora ribolle dentro è come uccidere se stessi, ecco perché Pietro e la sua ostinazione rimangono così abbarbicati a quella vecchia casa.
La maniera con cui Bianchini ci mostra Pietro nel suo rifugio angusto, la casa che mostra il segno dei tempi, le esistenze di chi quegli ambienti li ha abitati non riescono in alcun modo a connotare i limiti di un racconto claustrofobico, anzi, le poche immagini in esterno (riprese di una Trieste scrutata dai tetti) sembrano quasi avere un effetto contrario, cioè togliere respiro alle immagini degli interni che tra le scelte di ripresa di Bianchini e la stupenda fotografia di Peter Zeitlinger, collaboratore recente di Werner Herzog, hanno la capacità di annullare gli orizzonti e le misure dello spazio.

L’angelo dei muri è insomma un’opera profonda, che abbandona il genere per affacciarsi al grande cinema d’autore, un film dal grande impatto, che genera tensione emotiva affidandosi ai tempi e ai canoni del racconto, che spesso emana un senso poetico che sorprende e commuove e che mostra come Bianchini sia veramente un grande regista, un uomo di cinema per molti versi di vecchio stampo, ancorato al racconto e alla grande maestria tecnica, che conosce però benissimo come rappresentare paure e dolori, sogni e rimorsi, fantasmi e realtà. Quando alla fine tutto sarà chiaro, ci sembrerà il normale epilogo di un racconto di cui da molto si era capito come sarebbe finito ma che il regista riesce a tenere in perfetto equilibrio calamitando la nostra attenzione attraverso una indagine che scava nell’essenza dell’animo umano.
Va necessariamente segnalata la prova dell’ottantasettenne Pierre Richard, attore francese noto soprattutto per i suoi ruoli brillanti, che grazie al binomio indissolubile che costruisce con la casa, si erge a vero dominatore dell’opera: una interpretazione da fuoriclasse, muta ma dal fortissimo impatto emotivo.


Il nostro giudizio: Il nostro giudizio è 4

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Massimo Volpe

"Ma tu sei un critico cinematografico?" "No, io metto solo nero su bianco i miei sproloqui cinematografici, per non dimenticarli".

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