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L'ufficiale e la spia - Recensione

Lezione di storia e di cinema firmata dal maestro Roman Polanski che racconta l’affaire Dreyfus con un thriller politico avvincente, rigoroso ed elegante. Gran Premio della Giuria alla 76esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia

Il titolo originale, decisamente più d’impatto, riporta immediatamente a quella vicenda: J’accuse, come la lunga lettera di Émile Zola all’allora presidente della Repubblica francese pubblicata nel gennaio del 1898 sul giornale L’Aurore. Forse la filippica più famosa di sempre tanto che la locuzione si usa anche in italiano in riferimento a una denuncia pubblica di un’ingiustizia. L’affaire Dreyfus è normalmente associato a quell’articolo, simbolo di impegno intellettuale, ma quanto sappiamo al di là di questo della vicenda che vide come vittima il capitano Alfred Dreyfus? Poco, a meno di letture specifiche. Una vicenda ingarbugliata, di soprusi e ricerca della verità, durata per anni, che Roman Polanski racconta in modo mirabile in L’ufficiale e la spia.
La scena iniziale (magnifica l’apertura in campo lungo) porta lo spettatore nel gennaio del 1895, al momento della degradazione pubblica nel cortile dell’École Militaire di Parigi. Quando al capitano Dreyfus vengono strappati i gradi e spezzata la spada di ordinanza. Qualche mese prima l’ufficiale era stato arrestato. Incriminato, dopo il ritrovamento di una lettera su documenti segreti e una frettolosa perizia calligrafica, di alto tradimento a favore della Germania. La condanna prevede la deportazione nella colonia penale dell’Isola del Diavolo, Guyana francese. Un atollo sperduto dove Dreyfus lenisce angoscia e solitudine scrivendo delle lettere accorate alla moglie lontana, mentre continua a dichiararsi innocente. Poco dopo a capo della stessa unità del controspionaggio militare che aveva montato le accuse contro di lui, arriva il colonnello Georges Picquart. Indagando su un altro caso di corrispondenza compromettente, scopre delle somiglianze con la grafia usata nel documento che era servito per condannare Dreyfus. Determinato ad arrivare alla verità, viene trascinato in una spirale di inganni e corruzione che coinvolge anche i suoi superiori.
Il film si sviluppa così come un giallo-thriller politico, con una sceneggiatura impeccabile scritta da Polanski insieme a Robert Harris che è anche l’autore del romanzo storico da cui il film è tratto. Con grande attenzione ai dettagli, un curatissimo lavoro scenografico, uno spessore formale degno della sua carriera, Polanski ricostruisce i fatti di fine Ottocento e inizi Novecento traducendoli in una dimensione narrativa avvincente, con rigore ed eleganza visiva e dialoghi che fuggono dalla facile retorica. Un dramma storico che non soffre per nulla di didascalismo come accade invece spesso per opere del genere. Un lavoro dalle sembianze di film-inchiesta che si trasforma in un inno alla ricerca, senza paura, della verità. Ieri come oggi spesso minacciata nel nome di ambigui interessi nazionali. Dentro altri temi sempre attuali come l’antisemitismo (non è ovviamente un dettaglio che Dreyfus sia di origine ebraica), il pregiudizio, il bisogno di capri espiatori, la corruzione, la disumanità degli ingranaggi del potere. E anche riferimenti all’esperienza personale, con Polanski che sembra rivedersi nel famoso martire della giustizia per il clima persecutorio nei suoi confronti (accostamento discutibile).
Buona la performance di Jean Dujardin nei panni del personaggio principale, Picquart, e anche quella, pur comparendo poco, di un’irriconoscibile Louis Garrel che veste i panni di Dreyfus.

Una lezione di storia e di cinema firmata da un maestro che dimostra di continuare ad avere uno sguardo estremamente lucido anche con l’avanzare dell’età. Leone d’Oro mancato alla Mostra del Cinema 2019, con il Gran premio della giuria apparso come un compromesso dopo le polemiche sollevate anche al Lido sul Polanski privato. Un’altra storia. Qui ci interessava giudicare il suo film. Un gran film.




Il nostro giudizio: Il nostro giudizio è 4

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Fabio Canessa

Viaggio continuamente nel tempo e nello spazio per placare un'irresistibile sete di film.  Con la voglia di raccontare qualche tappa di questo dolce naufragar nel mare della settima arte.

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