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Joker - Recensione (Venezia 76 - Concorso)

Il Joker di Todd Phillips racconta di un reietto che si emancipa, innescando una violenza fuori controllo. A ben guardare il punto di analisi non è tanto questo, bensì una serie di immagini e di pseudo spunti narrativi, più o meno connessi tra loro, a vantaggio esclusivo della convincente interpretazione di Joaquin Phoenix. Attorno un pretesto dopo l'altro. Nonostante ciò è arrivato il Leone d'oro alla 76esima Mostra del Cinema di Venezia...

Arthur Fleck di professione clown a richiesta, la notte davanti alla televisione sogna di diventare un comico da stand-up comedy. Vive con sua madre, un tempo cameriera della famiglia Wayne, che guarda ammirata il suo ex datore di lavoro, Thomas Wayne, a cui scrive lettere d'amore e lo sostiene vivacemente nella sua corsa a sindaco di Gotham, nella speranza di risanarla. La città, infatti, è in preda alla disgregazione. Povertà, criminalità, guerriglia urbana, sporcizia, soprusi, prevaricazioni, malavita, baby gang descrivono il tessuto urbano e Arthur né è una vittima. L'essere di Arthur segnato da evidenti disturbi della personalità che trovano sfogo in una risata pungente e assordante, sinistra e acuta, non gli permettono di relazionarsi correttamente con il prossimo. La situazione è, quindi, sull'orlo dell'esplosione. Là fuori, come dentro Arthur, qualcosa sta per cambiare: il vortice di violenza e anarchia per le strade è in cerca del suo eroe, il suo paladino e Arthur, o per meglio dire Joker, a torto o a ragione sta per essere portato in trionfo, soprattutto dopo la sua apparizione in televisione.
Questo è il punto: a torto o a ragione. Todd Phillips, regista e sceneggiatore, insieme a Scott Silver, non manifesta un'idea chiara in generale sul significato del film e in particolare sulla relazione di Arthur/Joker al contesto, apparente chiave di lettura del film. Joker, infatti, presenta una linea narrativa sommariamente delineata attorno alla vita di Arthur, un sottomesso, con un ambiguo rapporto con la madre, orfano di padre, con un lavoro misero, un presente inesistente, un futuro pieno di sogni e un passato di abusi. È vessato dalla criminalità urbana, dalla legge del branco, dai suoi stessi colleghi e da Murray Franklin, Robert De Niro, il quale, dopo aver visto il suo primo e unico spettacolo in un locale, lo invita nel suo seguitissimo talk show, per sbeffeggiarlo in diretta. Insomma Arthur è un reietto con tutti i crismi a cui un certo punto la vita presenta una possibilità di redenzione. Scopre, infatti, il suo vero passato e le bugie raccontate dalla madre sulla loro famiglia. Arthur diventa così Joker. In un processo evolutivo segnato da un'arbitraria follia e dal perpetrare una violenza incontrollata nei confronti di chiunque voglia lui (il personaggio non manifesta un piano preciso o obiettivi certi nella sua strada sanguinosa di vendetta) avviene la sua rinascita. Attorno a ciò Phillips e Silver incollano, letteralmente, una cornice, un pretesto di contorno per dare peso alla storia che si traduce in una società in distruzione. Il riferimento vorrebbe essere alla New York nel passaggio dagli anni Settanta agli Ottanta, che già in maniera esaustiva Martin Scorsese ha narrato, ma questa appare solo un in più che genera molta confusione, perché non si aggancia allo scopo del protagonista, non chiaro nemmeno al regista. Arthur diviene leader della rivolta, ma lui né è cosciente? Phillips, infatti, non spiega come si evolve il piano di rinascita di Arthur e non basta la scena in cui questo è portato in trionfo sul cofano di un'auto da una folla in delirio per spiegare la sua elezione a leader. La folla ha le sue rivendicazioni sociali, ma Joker perché si ribella? Perché è sempre stato un vessato, perché si deve vendicare? Chi è il suo obiettivo? I pochi frammenti del film in cui quest'ultimo ascolta la televisione o osserva la rivolta sociale non sono sufficienti a spiegare il ruolo di Arthur/Joker in quella società. Il regista usa, dunque, come collante del suo film la superficialità. Anche il dialogo/scontro finale tra Joker e Franklin non è uno scambio dialettico tra posizioni contrastanti (la nuova vita di Gotham vs i poteri forti che vogliono che rimanga in degrado), ma un urlarsi addosso tra il delirio di un folle e un anziano uomo che, senza troppe convinzioni o motivazioni, difende lo status quo.
A torto o a ragione, quindi? Joker è un anarchico, un malato psichico, un rivoluzionario? La verità è che Joker è un film tagliato su Joaquin Phoenix. Il film è l'attore, la sua caratterizzazione, la sua risata, la sua fisicità (che ricorda nei movimenti quella del suo personaggio in The Master), il suo pensiero su un ruolo per cui non ha trovato nel regista un interlocutore certo. Se Phillips avesse affermato che il film è per Phoenix, nessuno avrebbe obiettato. Ha voluto, invece, infilarci dentro pleonastiche analisi sociali, inesistenti riferimenti alla Storia, posticce relazioni umane che allontano questo Joker anche dall'universo dei film legati ai personaggi dei fumetti. La ciliegina di questa amara torta è la regia che si caratterizza per l'uso elevato degli slow motion e le musiche a elevato volume, ossia la cifra del linguaggio filmico di Phillips, e null'altro. Nessuna inquadratura ricordabile, nessuna scelta fotografica rilevante, solo i balletti del personaggio che sembrano tanto farina del sacco dell'attore, più che del regista. Questo Joker è Phoenix e una storia inorganica che sembra costruita su piccoli spunti per arrivare a un minutaggio accettabile.

Ultima riflessione. Alla luce di tutto questo sconcerta e lascia basiti l'assegnazione del Leone d'Oro della 76esima Mostra del Cinema di Venezia al film. Assegnare i premi ha un grande valore: vuol dire eleggere il film a un determinato status, proteggerlo, difenderlo, sponsorizzarlo in una certa maniera. La scelta della giuria guidata da Lucrecia Martel lascia basiti. Dov'è Phillips in questo film, dov'è il suo punto di vista, dov'è la linea d'analisi di un autore, dov'è l'artisticità del film, perché, è bene ricordarlo, Joker era in concorso a una Mostra, non a un Festival. La risposta a tutto questo è a monte, è nelle scelte di Alberto Barbera e del suo comitato di selezione. È consigliabile che questi per la Mostra del Cinema 2020 trovino un bilanciamento più efficace tra l'immagine e le scelte artistiche, tra i grandi nomi da portare sul tappeto rosso e una più adeguata scelta nei punti di vista da porre nei ruoli chiave, perché le decisioni prese a una Mostra sono decisamente rilevanti per il presente del cinema.




Il nostro giudizio: Il nostro giudizio è 2

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Davide Parpinel

Del cinema in ogni sua forma d'espressione, in ogni riferimento, in ogni suo modo e tempo, in ogni relazione che intesse con le altri arti e con l'uomo. Di questo vi parlo, a questo voglio avvicinarci per comprendere appieno l'enorme e ancora attuale potere di fascinazione della settima arte.

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