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Pity - Recensione

Opera seconda del regista greco Babis Makridis, Pity è una cupa e sarcastica riflessione sulla dipendenza dalla tristezza e dalla compassione, costruita con tratti geniali

Ogni mattina l’avvocato si sveglia, prorompe in un pianto e si prepara a vivere un’altra giornata scandita da gesti che cercano di alleviare la sua tristezza cosmica. La moglie è in gravissime condizioni in ospedale dopo un incidente e intorno a lui e al giovane figlio si coagula quella forma di umana pietà da parte della vicina di casa, del proprietario della lavanderia dove porta gli abiti sporchi, di qualche conoscente che sempre con il medesimo tono gli esprime la sua vicinanza in quel triste momento. In questo microcosmo fatto di autocommiserazione e di attenzioni pietistiche il nostro eroe tragicomico si sente a suo agio, al centro di un'attenzione seppur molto formale. Persino i figli di un uomo assassinato che si rivolgono a lui, alimentano quell’aura di dolore e di pietà nella quale l’uomo si sente sempre più a suo agio: il pianto, l’espressione di dolore, la compassione offerta e richiesta diventano il suo mondo nel quale si muove con agio sempre più crescente.
Ma quando, in una scena geniale, viene chiamato in ospedale e lo vediamo immobile davanti al letto della moglie con il solito sguardo amimico (Yannis Drakopoulos è semplicemente perfetto nel ruolo) con l’infermiera che piange, siamo pronti alla escalation della sua ricerca di compassione ed invece pochi attimi dopo la moglie giace sana e guarita nel suo letto di casa. Come continuare a farsi compatire, a ricevere ogni mattina la colazione della vicina di casa e le parole di conforto dal lavandaio? Scoprire che il suo mondo fatto di piacevole tristezza sta per crollare è un duro colpo per l’avvocato: d’altronde per quale altro motivo merita di essere compatito visto che vive una bella vita agiata? La dipendenza da questa pietà prima donata e poi rimossa diventa insopportabile e in un crescendo di follia surreale l’uomo mette in piedi il piano perfetto per sentirsi compatito per sempre, nella sua abulia piacevole.
Pity, opera seconda del regista greco Babis Makridis, scritta insieme a Efthymis Filippou, lo sceneggiatore di alcune delle opere di Yorgos Lanthimos, è film sotto molti aspetti geniale che consente al regista di entrare di diritto nella cerchia di autori di quella New Wave cinematografica greca che sulla scia proprio di Lanthimos sta dimostrando una buona vitalità produttiva. Dopo la sua premiere al Sundance la pellicola è transitata in svariati altri Festival tra cui Rotterdam ed Hong Kong riscuotendo buoni pareri dalla critica.
Che Makridis subisca in qualche modo l’influenza del suo più noto connazionale è evidente: non solo la tematica svolta, ma anche la struttura del film, comprese le ambientazioni, richiamano inevitabilmente alla mente la secca e drammatica asetticità di Kynodontas ad esempio, ma Makridis ha il pregio di affrontare il tema della compassione sia dal punto di vista antropologico che sociale.
Le atmosfere sono spesso da commedia, seppur sui generis, l’ironia fredda e sottile sovente si appalesa, ma quello che maggiormente emerge è lo studio dell’animo umano e di quella tendenza alla (auto)commiserazione che rappresenta uno dei lati oscuri della nostra società. La dipendenza del protagonista, che riesce a vivere solo nella tristezza, è lo specchio di un vuoto esistenziale, l’emblema di una incapacità ad affermare se stessi, il desiderio che diventa pretesa di essere guardati con lo sguardo ebete di chi vorrebbe trasferire una pietà formale, fatta di parole vacue e sempre uguali. La  compassione e la ricerca della solidarietà di facciata sono tra i maggiori mali della moderna società, pronta a riversare fiumi di lacrime in ogni circostanza, ma al tempo stesso sono l’epifenomeno forse più grande della smaterializzazione dei rapporti personali: la solitudine e i rapporti ormai gestiti da mediazioni tecnologiche scatenano questa spasmodica ricerca di empatia fino a tracimare nel vero e proprio esibizionismo e nella mitomania.
Sia l’aspetto più intimamente umano che la lettura sociologica, sono in Pity ben evidenti nonostante Makridis preferisca avanzare più sul binario narrativo che conduce alla conclusione surreale e drammatica, alla domanda che affiora implacabile alla fine: siamo disposti a tutto pur di avere un minimo di calore umano, seppur formale? Può essere la nostra esistenza una ricerca continua della tristezza perché solo così siamo al centro di un piccolo ed egoisticamente confortante mondo?
Pity è film, come detto, per molti versi geniale, perché se da un lato il regista maneggia con grande efficacia un tema per nulla facile, dall’altro lo fa in maniera formalmente accattivante creando un netto contrasto tra il personaggio dipendente dall’infelicità ed un ambiente asettico, stilisticamente minimalista dove tutto sembra perfetto e freddo.

Il sarcasmo con il quale Makridis sottolinea il segnale d’allarme che lancia in Pity è chiarissimo, e sembra anche privo di mediazioni: da un lato l’eroe tragico (e comico) dall’altro il grottesco evolversi della storia che diventa un imbuto dal quale è impossibile uscire: un connubio che fa del film di Babis Makridis un’opera intelligente e maledettamente aderente alla realtà nonostante il suo progredire continuo verso l’assurdo e il surreale.




Il nostro giudizio: Il nostro giudizio è 3.5

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Massimo Volpe

"Ma tu sei un critico cinematografico?" "No, io metto solo nero su bianco i miei sproloqui cinematografici, per non dimenticarli".

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