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Aferim! - Recensione

Aferim! - Film - Recensione - Radu JudeA metà tra racconto picaresco e western balcanico, Aferim! del regista rumeno Radu Jude è un bell'esempio di cinema d'autore intelligente che contiene spunti di attualità nella sua esplorazione di un periodo storico lontano

Titoli di testa autenticamente vintage, con un bianco e nero che rimanda a John Ford (non a caso…), due uomini che avanzano a cavallo: il padre che racconta al figlio episodi che sembrano leggende. Siamo in Vallachia, regione in gran parte assimilabile alla odierna Romania di cui sarà parte fondamentale nella nascita. Lui è un poliziotto-sceriffo col giovane figlio al seguito al soldo del boiardo che governa come un feudatario quella terra frammentata tra satrapi imposti ora dagli ottomani, ora dai russi a seconda di come si è conclusa l’ultima delle tante guerre avvenute in quella regione. Il periodo è l'inizio del 1800, quando la Vallachia era una zona cuscinetto interposta tra Impero Ottomano e Impero Russo, dove però sopravvivevano ancora influenze elleniche. Compito della coppia è quello di riportare a casa uno schiavo zingaro scappato dalle proprietà del boiardo dopo che questi aveva scoperto la tresca del servo con la moglie.
Il viaggio dei due attraverso il periodo storico descritto ha però l’impronta tipica del western, come detto, a partire dai titoli di testa: terre brulle, il potere di una stella appuntata sul petto, uno sceriffo un po’ cialtrone, un po’ ligio ai suoi doveri di detentore della legge, le cavalcate, gli incontri con personaggi pittoreschi, il rapporto maestro-allievo che si costruisce tra padre e figlio, il saloon-locanda dove si mangia, si beve e si trovano le donne a pagamento, il prigioniero da riportare a casa ed il tragico epilogo.
Una storia insomma che si muove tra il romanzo picaresco e il western sui generis, arricchita da una misurata dose di ironia e di tematiche che affiorano spesso lungo il percorso della coppia di difensori di una legge che tanto equa non sembra essere.
Il regista rumeno Radu Jude, qui al quarto cortometraggio, insignito dell’Orso d’Argento al Festival di Berlino 2015 per la Miglior Regia, sceglie una via che si discosta sensibilmente da quella dei suoi colleghi connazionali contemporanei: laddove la gran parte dei registi rumeni utilizza le turbolenze pre e post regime comunista di Ceausescu per rileggere il passato recente del proprio paese, Radu Jude si affida ad una disamina storica lontana, un periodo che è stato fondamentale per la nascita della Romania e dal quale estrapola una serie di tematiche attualissime, su tutte quella dell’esercizio del potere che ancora oggi, ormai a trenta anni dalla riacquistata democrazia, sembra essere ancora di piena attualità nella realtà politica del Paese.
Aferim! diventa quindi un pretesto da cui partire per analizzare come la storia della Romania sia sempre stata fortemente influenzata dall’uso (spesso abuso) del potere politico. La frase finale che dice il protagonista (“Speriamo solo che nel futuro la gente si ricordi di noi e di quanto abbiamo fatto”) suona come un monito per un Paese ancora avviluppato da enormi contraddizioni. Anche dal punto di vista strettamente storico Aferim! comunque ha i suoi pregi, sebbene se non si conosce almeno a grandi linee la storia di quella regione molte cose possono risultare ostiche: la commistione fra usi, costumi e abbigliamento fra tradizioni locali, russe e ottomane, l’autentico schiavismo di cui gli zingari furono vittime, il ruolo ambiguo di una Chiesa che più che pacificare aizzava soprattutto contro lo storico nemico giudaico (magnifica in tal senso la scena dell’incontro col prete in viaggio), la totale sottomissione di una popolazione locale in funzione dei frequenti sconquassi politici.

Insomma Aferim! possiede una lunga serie di eccellenti motivi che giustifica il consenso unanime di critica che ha ricevuto, anche perché è proprio nella regia che la pellicola mostra forse l’aspetto più nitidamente valido: la scelta di un bianco e nero autentico, da Anni '40-'50, evoca atmosfere perfette per una storia che guarda ai canoni western in maniera smaccata; i dialoghi divertenti, ricchi di facezie e di funambolismi dialettici; i registri narrativi multipli sui quali il racconto si appoggia, tra western-road movie-commedia spesso ridanciana e dramma finale, ben si fondono a creare una storia semplice, ironica, cattiva e drammatica al tempo stesso, in cui l’aspetto pedagogico non assume mai contorni fastidiosi né scolastici; infine, ma non certo aspetto secondario, Radu Jude è capace di lasciare una pregevole impronta stilistica, grazie alla particolare e originale forma narrativa con cui decide di narrare una storia di sopraffazioni e di triste accettazione della realtà.


Il nostro giudizio: Il nostro giudizio è 3.5

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Massimo Volpe

"Ma tu sei un critico cinematografico?" "No, io metto solo nero su bianco i miei sproloqui cinematografici, per non dimenticarli".

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