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Burning - Recensione

L'attesa di otto anni non è stata vana: con Burning Lee Chang-dong ci regala un film splendido, dove la centralità del racconto si basa sull'assenza e sulla presenza e sulla costruzione della realtà. Andando anche oltre il suo cinema, il regista coreano ha costruito forse il suo lavoro più bello di una carriera cinematografica che lo eleva tra i più grandi cineasti viventi

Dopo un'attesa di otto anni dall’uscita di Poetry, suo ultimo lavoro, Lee Chang-dong sceglie il palcoscenico del Festival di Cannes 2018 per mostrare la sua più recente fatica: Burning, ispirato ad un racconto breve di Haruki Murakami, premia la fiducia dei più assidui estimatori del regista coreano che hanno consumato l’attesa di molti anni con grande pazienza, ponendosi come la più enigmatica e al tempo stesso tra le migliori opere. La pellicola infatti mostra non solo la raffinata maestria alla regia di Lee che ben conosciamo, ma anche una struttura narrativa ad incastri ma armoniosa, una serie di riflessioni su aspetti della società coreana contemporanea e soprattutto la descrizione di un disagio che travalica nella ossessione visionaria.
La trama intorno cui si sviluppa la storia è apparentemente piuttosto semplice: Jong-su lavora come fattorino, durante una delle sue consegne incontra una vecchia compagna di scuola, Hae-mi, nonché vicina di casa in una città di provincia prossima al confine con la Corea del Nord. Forse c’è qualcosa di sopito o forse è solo un qualcosa di improvviso, ma i due iniziano a frequentarsi fino a quando lei non parte per un viaggio in Africa pregando il ragazzo di tenere d’occhio il suo gatto. Al ritorno dalla vacanza, Hae-mi si presenta con un giovane conosciuto durante il viaggio, Ben, un riccone belloccio che appare tutto il contrario di Jong-su.
Sembra aprirsi un racconto di un intreccio amoroso a tre, e l’incedere del racconto non fa nulla per smentirlo, almeno fino a quando in un confronto chiave tra Jong-su e Ben, quest’ultimo confessa all’altro il suo strano hobby di dare fuoco alle serre. Poco dopo Hae-mi scompare e Jong-su, che senza peli sulla lingua ha confessato accoratamente il suo amore per la ragazza, cerca di vederci chiaro, scivolando però piano piano in un gorgo di ossessioni e di presunte verità nascoste.
Burning inizia dunque come un film incentrato su un rapporto amoroso difficoltoso e inusuale tra due persone che appartengono a quell’ambiente di provincia e più vicino al proletariato che alla classe media, con alle spalle storie famigliari disintegrate, caratterizzate più dalle assenze che dalla presenze, nel quale si insinua il Grande Gatsby coreano, come lo definisce Jong-so, figlio della grande borghesia e straricco: un 'presunto' triangolo insomma tra una ragazza che di fronte ad un tramonto (scena memorabile) piange dicendo che vorrebbe sparire come il sole senza provare dolore, un ragazzotto di provincia un po’ orso e schivo, aspirante scrittore che ammira William Faulkner e che però è in crisi di ispirazione perché non riesce a capire il mondo e un personaggio tra il dandy e il riccone smaccato con strani hobby e anche un po’ misterioso. Quando però i due si confrontano dopo il tramonto in campagna che ha scosso Hae-mi, il film scivola inesorabilmente verso il thriller, grazie ad una inesorabile e montante tensione che sale.
Questo cambiare registro quasi con naturalezza unito all’atmosfera che si respira in tutto il film, in ogni suo frammento (e a maggior ragione una volta finito il film), sono il pregio sicuramente più grande di Burning, opera plasmata dalla mano di un grandissimo regista. Ma oltre l’aspetto più squisitamente tecnico Burning riesce ad essere efficace in molte altre pieghe del racconto, perché alla fine della visione rimane l’impressione forte di avere assistito ad un racconto che mostra molte sfumature nascoste e prospettive diverse, una interpretazione che scava dentro la storia superando lo strato più superficiale al quale purtroppo si sono arrestati taluni critici del film.
Burning infatti, e con questo aspetto entriamo nell’ambito forse più ostico ma decisamente il più affascinante del film, pone da subito, quasi fosse un messaggio subliminale, lo spettatore di fronte ad un modo ben preciso di raffrontarsi con la realtà raccontata dal regista: quasi all’inizio della pellicola, quando i due vecchi compagni di scuola si incontrano, Hae-min fa sapere a Jong-su che sta studiando pantomima e mostra all’amico una piccola rappresentazione in cui lei dapprima sbuccia e poi mangia un'arancia, affermando alla fine: “non immaginare che l’arancia sia qui, ma dimentica che l’arancia non è qui; la cosa importante è pensare realmente che lo vuoi mangiare”; insomma Burning è film sulla presenza e sull’assenza e sul significato e sulla interpretazione personale che ne danno i protagonisti, soprattutto Jong-su, infervorato forse oltre che dalla passione per Hae-mi da quella per la scrittura letteraria. Esiste o no il gatto di Hae-mi? Esiste Hae-mi stessa e quello che ricorda del passato? Esistono i luoghi e i fatti che la ragazza racconta all’amico? Esistono veramente gli incendi delle serre? O siamo di fronte ad una delle tante metafore che scorrono silenziose nel film?
Accanto a tutto ciò c’è la denuncia di Lee della società coreana moderna (in Corea ci sono troppi Grande Gatsby, ricconi che non si sa cosa facciano nella vita, dice Jong-su una volta conosciuto Ben), una società che fa del Paese un posto non adatto per le donne, il problema della divisione accentuato dalla propaganda del Nord che attraverso l’aria raggiunge il paese natale del protagonista a pochi passi dal confine, la famiglia disgregata: tutte tematiche ben concrete che vanno ad integrare un impianto che nel suo insieme fa del mistero, del dubbio, dell’incapacità di risolvere il dilemma fra quello che c’è e quello che non c’è il vero asse portante del film.
Jong-so è il primo a non riuscire a risolvere il dilemma, probabilmente creato dalla sua ossessione, la sparizione di Hae-mi è la sublimazione dell’assenza, ma è anche la pietra miliare sulla centralità narrativa della figura del ragazzo, al punto che il dubbio che tutto possa essere una sua costruzione immaginaria rimane sino alla fine, proprio perché in tutto ciò cui noi assistiamo c’è sempre la presenza del ragazzo a catalizzare la realtà.

Burning è insomma film non facile, a patto che si voglia compenetrarlo un minimo e non fermarsi al suo racconto di un dramma sentimentale tra personaggi border line che scivola verso il thriller. Di certo è lavoro bellissimo sia per una regia magistrale di un cineasta che possiamo ben considerare tra i più grandi viventi, che per una fotografia che la asseconda armoniosamente (opera di Hong Kyung-pyo, che si occupò della fotografia in Snowpiercer), ma soprattutto è uno di quei film, sempre meno ahimè, che aprono i canali sensoriali del cervello e li lasciano aperti per un bel po’ di tempo, quasi uno stimolo chimico-elettrico continuo.
Il terzetto di attori protagonisti è bello solido: Yoo Ah-in che continua a centellinare le incursioni cinematografiche rimanendo maggiormente legato alla televisione, offre una prova di notevole spessore soprattutto in relazione alla importanza del personaggio che interpreta; Steven Yeun, conosciutissimo anch’esso per la sua carriera televisiva (The Walking Dead) riesce con bravura a dare un'aura di mistero, fino alla scena finale, al suo personaggio; ed infine l’esordiente Jeon Jong-seo che ha già ottenuto svariati riconoscimenti per il suo ruolo.




Il nostro giudizio: Il nostro giudizio è 4.5

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Massimo Volpe

"Ma tu sei un critico cinematografico?" "No, io metto solo nero su bianco i miei sproloqui cinematografici, per non dimenticarli".

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