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Soul on a String - Recensione

Secondo lavoro ad ambientazione tibetana di Zhang Yang: Soul on a String è un western-thriller metafisico che mette al centro del racconto tematiche universali, sullo sfondo di un paesaggio di bellezza infinita

Dopo aver prodotto il bellissimo docu-film Paths of the Soul, il ritiro annuale di Zhang Yang in Tibet ha portato alla luce anche Soul on a String che idealmente, pur essendo lavoro diverso per molti aspetti, costituisce un dittico con il precedente, non solo per l'ambientazione geografica, ma anche perché i due lavori sono fortemente intrisi di tematiche che partono dalla cultura tipicamente tibetana per approdare a questioni universali che riguardano l’essenza dell’uomo.
Sfruttando lo spettacolare scenario di natura che atterrisce e affascina allo stesso tempo, Zhang racconta una storia nella quale il motore principale risiede nella redenzione e nella ineluttabilità del karma personale.
Il protagonista è Tabei, un cacciatore solitario che entra in possesso di un prezioso amuleto, al quale il lama assegna un compito per ottenere la redenzione: quello di portare la pietra in una regione cara per la religione buddhista, dandogli solo oscuri e sintetici indicazioni su come raggiungerla. Tabei si porta dietro il karma famigliare segnato dall’omicidio compiuto dal padre, per cui la missione può essere per lui il passaporto per ottenere la redenzione. Alle calcagna dell’uomo c’è però una coppia di fratelli, figli dell’uomo ucciso dal padre di Tabei che, secondo le tradizioni tibetane, hanno fatto della vendetta il loro motivo di vita e di onore. Tabei inizia il suo viaggio e a lui si unisce dapprima una giovane donna con cui ha diviso il letto, nonostante l’uomo, vero spirito solitario, cerchi di dissuaderla, e poi un ragazzino muto ma che possiede sorprendenti doti medianiche e di preveggenza. La carovana di viaggiatori si conclude con due malfattori interessati ad impossessarsi del prezioso amuleto e uno scrittore in compagnia del suo cane di cui conviene parlare poco perché sarà il piccolo colpo di scena finale...
Vagando per territori di bellezza incommensurabile, tra zone desertiche e montagne innevate, il viaggio di Tabei si avvicina al termine non senza aver prima risolto tutti i nodi che pendono inesorabili sul racconto. Se da un lato Soul on a String è sovrastato dalla bellezza della natura che offre scenari che si prestano ad un notevole lavoro di fotografia, dall’altra il film vive su una storia nella quale Zhang inserisce rimandi chiarissimi al western con tanto di taverne-saloon e duelli, illustra la cultura di una regione misteriosa ed affascinante permeata da una spiritualità che il regista mette al centro della sua narrazione, crea un road movie sui generis nel quale il percorso da compiere è una chiara metafora della esistenza spirituale umana. Dietro tutto c’è anche una divertita ironia e la figura del misterioso scrittore che insegue Tabei che rimanda a riflessioni sul ruolo del narratore.
Il mood del film varia in continuazione perché in esso è forte il senso non solo della già citata redenzione, ma anche quello della vendetta che conduce tra l’altro ad uno dei momenti più drammatici, quello delle tradizioni e soprattutto quello del destino personale segnato dagli eventi. Tutto questo, insieme al richiamo continuo al western e alla magia dei paesaggi (che è bene dirlo, non sono mai pura e semplice iconografia paesaggistica, grazie all’eccellente lavoro di Guo Daming, bravissimo soprattutto nel sapere scegliere le tonalità della luce), fanno di Soul on a String un lavoro di eccellente fattura che richiede, però, un minimo di conoscenza sia delle tradizioni tibetane sia della filosofia buddhista che consenta di apprezzare in pieno il significato della storia. Chiaro che rispetto a Paths of the Soul, quest’ultimo lavoro ha da condividere solo l’aspetto delle tradizioni tibetane oltre all’ambientazione geografica, essendo molto meno aderente alla realtà e contenendo invece aspetti quasi magici, addirittura da fantasy si potrebbe affermare.

Il regista ha tenuto a precisare che il suo lavoro è “sull’odio e la redenzione, la fuga e la responsabilità, la realtà e la realtà virtuale, il karma e la reincarnazione, tutte questioni che appartengono all’umanità”. Ed in effetti ciò si apprezza appieno, al di là della sua confezione fatta di un mix di generi rivisitati.
L’esordiente Kimba, nomination al Golden Horse Awards come migliore attore esordiente, possiede fisicità e volto che si adattano alla perfezione con la complessità di Tabei, mentre Choenyi Tsering (aka Quni Ciren) è deliziosa nella parte della giovane compagna di viaggio dell'uomo.




Il nostro giudizio: Il nostro giudizio è 4

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Massimo Volpe

"Ma tu sei un critico cinematografico?" "No, io metto solo nero su bianco i miei sproloqui cinematografici, per non dimenticarli".

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