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Gangnam Blues - Recensione (Far East Film Festival 2015)

Gangster movie ricco di botte ed efferatezze varie, Gangnam Blues si perde in una pletora di personaggi, lasciando sullo sfondo il racconto e l'analisi di un'epoca storica fondamentale per la Corea

Corea, Anni ’70. La spinta al grande balzo finale che porterà il Paese ai vertici economici mondiali sta per giungere al culmine: malaffare e politica sono strettamente intrecciati e la speculazione edilizia che porterà Seoul ad espandersi in maniera vertiginosa è il business più lucroso. In particolare la zona rurale alle porte della città è stata presa di mira dagli immobiliaristi per creare quella che poi sarà una delle zone più in della megalopoli capitale: Gangnam infatti era in quegli anni una distesa di appezzamenti agricoli gestiti da piccoli agricoltori.
Il film di Yoo Ha prende questo periodo particolare della storia coreana per costruire un lavoro duro e violento su quegli eventi che ruotano intorno alla espansione urbanistica di Seoul avvenuti negli Anni '70.
La storia parte seguendo le orme di due giovani accattoni che sopravvivono facendo gli straccivendoli, due amici per la pelle, cresciuti assieme senza una famiglia. Per loro entrare nelle gang che dominano la città è una scalata sociale, sebbene per una serie di eventi si ritrovino su sponde diverse. Poco importa però perché la guerra è tutti contro tutti, l’importante è rendere i servigi, ben pagati ovviamente, a politici e uomini d’affare senza scrupoli. La scalata nelle rispettive organizzazioni è lenta ma inesorabile: i due ci sanno fare, sono cresciuti in strada e ne conoscono bene le ferree regole, per cui la loro storia di amicizia sembra volere resistere anche di fronte alle guerre intestine e agli agguati ai quali vengono regolarmente sottoposti. La resa dei conti ovviamente ci sarà, nel nome dell’accaparramento di più lotti edilizi possibili e soprattutto all’ombra di trame oscure e che cambiano le carte in tavola con il volgere di una notte.
L’ambiente gangster è ben delineato, con le sue regole, i suoi codici d’onore e i suoi tradimenti, gli scontri tra le bande a colpi di mazze  e di cazzotti sono frequentissimi e spettacolari, addirittura comici quando assistiamo a risse alla cui partecipazione vengono inviati rinforzi niente meno che affittando dei pullman, o carichi d’ironia come la sfida finale nel fango.
Il tema dell’amicizia e della fedeltà messi a perenne repentaglio dagli eventi, così come la tematica della riconoscenza per la adozione che il vecchio boss regala ad uno dei due protagonisti infonde nel film spunti quasi da melodramma, contrapponendo la forza di questi sentimenti alla barbarie della violenza e del sopruso.
Il film di Yoo, però, soffre di un grosso difetto: è pletorico, a tratti confuso, vuoi per la trama, che soprattutto all’inizio è intricatissima, e vuoi per la similitudine che i vari, persino troppi, personaggi hanno nello spessore: c’è poco e nulla studio, per non dire della assoluta mancanza di introspezione, sui protagonisti e sui numerosi personaggi di contorno, sicché il film spesso si riduce ad una sequela di efferatezze da gangster truci condite di iperrealismo.
C’è però un sottofondo interessante nel film: uno sguardo critico quasi politico al passato, una rivisitazione di un'epoca che è stata l’inizio del boom coreano: Gangnam Blues insomma potrebbe avere nelle viscere una funzione storica e anche esegetica di un paese che anche grazie a quel passato è diventato quello che oggi appare.

Sta di fatto che al di là delle varie letture che si possono dare al film, la sensazione dominante è quella di una pellicola che avrebbe materiale su cui lavorare ma che per scelte vuoi narrative, vuoi strutturali si raggomitola troppo sulla gangster story 'tutti contro tutti' , risultando alla fine meno sofisticata di quanto dia ad intendere, soprattutto grazie ad una regia che riesce spesso a nascondere le pecche ma che al contempo non sa far uscire la storia dalla palude in cui si è infilata, nonostante la buona prova dell'accoppiata di star composta da Lee Min-ho (molta televisione per lui) e Kim Rae-won.


Il nostro giudizio: Il nostro giudizio è 2.5

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Massimo Volpe

"Ma tu sei un critico cinematografico?" "No, io metto solo nero su bianco i miei sproloqui cinematografici, per non dimenticarli".

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