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A Girl at My Door - Recensione

Una immagine A Girl at My Door, film di July JungProdotto dal grande Lee Chang-dong, A Girl at My Door risulta uno dei più fulgidi esempi della vitalità del cinema indipendente coreano, anche grazie alle straordinarie prove di Bae Doo-na e Kim Sae-ron

Lee Young-nam è un ufficiale di polizia trasferito da Seoul presso un remoto centro di provincia affacciato sul mare. Il suo comportamento poco ortodosso per la morale coreana è il motivo del suo esilio in una località dove regna l’abbandono: i pochi residenti autoctoni sono coloro che non hanno avuto il coraggio di andarsene e ad essi si sono aggiunti gli immigrati clandestini asiatici che prestano lavoro nelle piccole e residue attività legate alla pesca.
In questo scenario di provincia dove sembra che la civiltà non sia mai giunta Lee si trova sin da subito a dover affrontare una tenace ostilità da parte dei residenti, anche per il suo ruolo di capo della stazione locale di polizia che deve far fronte all’unica vera occupazione dei locali, cioè quella di ubriacarsi senza sosta. La donna anche ha bisogno del soju: la sua è una dipendenza derivata dal fatto che solo l’alcool riesce a regalarle il sonno e per tale motivo stipa ordinatamente il liquore in anonime bottiglie di plastica per l’acqua.
La solitudine di Lee si amplifica ancora di più in un ambiente dove regna lo squallore e l’abbrutimento almeno fino a quando la sua vita non incrocia quella di Seon Doo-he, una ragazzina vittima anch’essa dell’insano ambiente: la madre è scappata e l’ha lasciata nelle grinfie del patrigno, Park, un violento e ubriacone che gestisce gli affari commerciali della comunità anche attraverso il traffico di clandestini, un essere odioso per Lee, una specie di benefattore per i paesani che gli riconoscono il suo ruolo di gestore della scarsa economia locale.
Lee è sola, relegata in riva al mare perché lesbica, condizione inconcepibile nella polizia sebbene sia un ufficiale brillante e capace, Doo-he è una ragazzina che vive di botte e di sopraffazioni: due facce di una condizione umana alla deriva. La ragazzina vede in Lee non solo qualcuno che la può proteggere dalle violenze del padre, ma anche una figura femminile che possa donargli calore, per cui sempre più spesso frequenta la casa della poliziotta scatenando le ire del padre violento.
La guerra tra Lee e Park diventa senza confine e una volta scoperto il segreto che la donna si tira dietro, la convivenza nel piccolo centro in riva al mare diviene impossibile e di conseguenza anche il legame con la ragazzina viene spazzato via.
Presentato al Festival di Cannes 2014 nella sezione Un Certain Regard, prodotto dal grande Lee Chang-dong, opera prima della 35enne July Jung, la strada di A Girl at My Door è stata costellata nei mesi seguenti da premi e riconoscimenti, risultando uno dei migliori esempi del vivace cinema indipendente coreano.
Omaggiando il suo produttore con ambientazioni che ricordano le sue migliori opere, July Jung ha il grande pregio di aver costruito con attenzione e meticolosità due figure femminili efficacissime, come raramente capita per mano di una regista, due donne in lotta disperata per la sopravvivenza: una per riacquistare la sua dignità personale e professionale, l’altra per potersi regalare un futuro lontano da violenze e soprusi, entrambe che tentano di galleggiare tenendo la testa fuori dal letame che le sommerge, generato da pregiudizi e da situazioni brutali. E se Lee sembra quasi avviata verso la rassegnazione, nascosta dietro le bottiglie piene di soju, la ragazzina ha ancora un soffio di vitalità, un ultimo sussulto di voglia di vita che la porta ad essere il deus ex machina del film, decisa a dare luce alla sua esistenza: quello che dice il giovane poliziotto verso la fine del film appare come una verità assoluta: “Doo-he è una ragazzina problematica ma con tutta la comprensione possibile non si può non dire che sia un piccolo mostro”.
Alcune cose la regista ce le dice, altre le lascia sospese avvolgendo la storia dietro una leggera cortina di nebbia: ad esempio, la ragazzina c’entra qualcosa con la morte della vecchia nonna ubriacona e violenta? Quanto di quello che accade è stato pianificato? Ma soprattutto, nel dipingere il rapporto tra le due protagoniste, usa colori che a volte tendono verso una insinuante ambiguità: c’è solo affetto incondizionato dietro il rapporto tra le due?.
Se un difetto A Girl at My Door possiede è quello di avere voluto affrontare troppe tematiche assieme: la violenza sugli adolescenti, le problematiche economiche, l’arretratezza della provincia coreana, l’immigrazione clandestina, l’omosessualità, il conformismo e la cattiveria di una società in cui spesso sembra difettare totalmente la tolleranza e la compassione, solo per citarne alcune; inevitabilmente non tutte riescono ad essere sviscerate compiutamente e questo magari può dare un senso di incompiuto all’opera.

Ma altrettanto vero è che il film di July Jung è opera che colpisce, che, come insegna il nume tutelare Lee Chang-dong, predilige indagare personaggi perdenti nei quali però pulsa ancora la forza vitale della ribellione e che si poggia saldamente sui personaggi per dare corpo alla storia. Se a ciò aggiungiamo, per ultimo ma non certo come meno importante, le straordinarie prove di Bae Doo-na (premiata a tal proposito come migliore attrice all’annuale Asian Film Awards) e della giovanissima Kim Sae-ron, che già apprezzammo in The Man From Nowhere, che da sole varrebbero la visione, ben si capisce come A Girl at My Door va considerato come uno dei film coreani più interessanti dell’ultimo anno.


Il nostro giudizio: Il nostro giudizio è 3.5

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Massimo Volpe

"Ma tu sei un critico cinematografico?" "No, io metto solo nero su bianco i miei sproloqui cinematografici, per non dimenticarli".

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